<< Cassius Clay >> Intervista
 
 
Cassius Clay
«Il pugno più bello della sua carriera lo ha inferto due anni fa, alla cerimonia di inaugurazione dei Giochi olimpici di Atlanta. Un pugno dolcissimo, commovente, assolutamente poetico: il vecchio campione come uscito dal buio, i movimenti da possente farfalla del ring intaccati dalla malattia, accende la fiamma dello sport. Bellissimo. Da un'Olimpiade all'altra, nell'abbraccio dei ricordi: quando, dilettante, vinse a Roma nel 1960 e fu così orgoglioso di quella medaglia. Un oro poi odiato, che buttò nei flutti quando si rese conto che non gli bastava per essere accettato dagli americani. Muhammad Alì (Cassius Clay, prima della conversione all'Islam) e gli Stati Uniti: una storia di amore ed odio. Il momento più drammatico: quando il campione rifiutò con motivazioni religiose, a costo di rovinarsi la carriera nell'olimpo pagatissimo dei pesi massimi della boxe, la chiamata alle armi. Dicendo no alla retorica del Vietnam così: "Nessun vietcong mi ha mai chiamato negro". Tribunali, lo spettro della prigione, il titolo sfilatogli di dosso dalla giustizia, il ritorno all'agonismo. Ma dissero che non era più lui. Dissero che a 32 anni era già finito. Ed ecco il 1974, ecco l'allora Zaire, ecco Kinshasa, ecco il combattimento con George Foreman, l'astro nascente. Pochi avrebbero scommesso su una sua vittoria. Vittoria fu, con un capolavoro tattico, una sorta di straordinario contropiede calcistico: dopo avere irretito Foreman saltellandogli attorno per lunghi minuti, Alì lo colpì con una triade di cazzotti di chirurgica precisione. Fu il K.O.: un K.O. "vero" dopo uno scontro tremendo, per nulla paragonabile ai troppi knock out che contrassegneranno gli anni a venire della declinante massima categoria della "noble art". Perché l'intensità di quella battaglia non trova confronti, per dirne una, nelle fin troppo facili "fucilazioni" che hanno contraddistinto la carriera di Tyson, troppo spesso opposto ad avversari di panna montata. Un combattimento, quello di Kinshasa, raccontato nel documentario che apre questa puntata di "Era. Ora - Personaggi", un filmato che rammenta quanto quello scontro giocò un ruolo fondamentale nel riscatto della cultura nera. Così lo ricorda il regista afroamericano Spike Lee: "Alì era bello, armonico, divertente, carismatico...". Così lo presentava Alì, quel combattimento: "Vivo in America, ma la casa dell'uomo nero è l'Africa. Sono stato schiavo come tutta la mia gente e adesso torno a casa per combattere tra i miei fratelli"».