<< I Campioni Olimpici >> Cassius Clay
 
 
Cassius Clay
Cassius Clay nasce il 17 Gennaio 1942 a Luoisville nel Kentucky, quando Cassius aveva dodici anni suo padre gli comprò una bicicletta, un regalo davvero grosso per una famiglia di condizioni modeste come la sua. La bicicletta venne rubata quello stesso giorno, lui la cercò ovunque senza risultati e un amico gli consigliò di rivolgersi a un poliziotto che frequentava una palestra, la Columbia Gym, e che forse avrebbe potuto aiutarlo. Clay andò alla palestra e per qualche minuto rimase incantato a guardare quei ragazzi bianchi e neri che si allenavano con i loro guantoni di, cuoio, poi trovò il poliziotto, Joe Martin, e gli parlò del furto della sua bicicletta. Nonostante non fosse in servizio, Joe stese un rapporto e poi chiese al ragazzo: "Sai tirare di boxe? Perché non provi ad allenarti? La palestra è aperta tutte le sere a parte il sabato e la domenica". Così iniziò la carriera di Cassius Clay, che avrebbe poi preso il nome di Muhammad Ali, "the greatest" e come si addice alle leggende vince a soli 18 anni la medaglia d'oro nei giochi Olimpici di Roma. Ma la sua definitiva consacrazione avviene a Miami Beach il 25 febbraio 1964, quando conquista il mondiale dei pesi massimi con una annunciata quanto sconcertante vittoria al settimo round sull'ex galeotto Sonny Liston, che abbandona la sfida per un singolare e misterioso infortunio alla spalla sinistra. Non meno curioso è l'esito della rivincita, Sonny Liston cade al tappeto dopo appena un minuto scarso, colpito da un innocuo destro di Clay. Si parla di match "addomesticato" e scoppiano polemiche a non finire, ma la storia ci confermerà abbondantemente che non era così. In seguito a questi eventi Cassius Clay si converte all'islam cambiando il suo nome in Muhammad Alì, mentre difende con onore il suo titolo mondiale spazzando via, uno aduno, tutti gli avversari che lo sfidano, dissipando tutti i dubbi sul suo reale valore di atleta. A Toronto batte ai punti il canadese Georges Chuvalo, sconfigge due volte Patterson, dapprima il 22 novembre 1965 al dodicesimo round poi il 20 settembre 1972 al settimo. Trionfa sul rude peso massimo inglese Henry Cooper, domina Brian London a Londra. Il tedesco Karl Mildenberger s'inchina davanti a lui a Francoforte, poi è la volta degli americani Ceveland Williams e Emie Terrel che viene sconfitto, alla distanza, il 6 febbraio 1967 a Houston nel Texsas. A New York, il 22 marzo 1967, abbatte Zora Folley al settimo round. Davanti a questi pugili, ridotti a semplici comparse, Muhammad Ali sviluppa una boxe sontuosa e poco a poco nasce l'ammirazione per l'atleta e per l'uomo, si comincia a capire che ha inventato un nuovo modo di boxare. Muhammad Ali non danza soltanto per sottrarsi ai colpi degli avversari, ciascuno dei suoi spostamenti è peraltro misterioso o imprevedibile , ma servono anche per costringerli a spostarsi, corrergli appresso, stancandosi e senza riuscire a sottrarsi ai suoi jab, i classici diretti sinistri che alla lunga fanno soffrire. Più che uno stilista, è forse innanzi tutto uno sguardo. In certi filmati questo aspetto è sorprendente, si ha veramente la sensazione che Muhammad Alì veda e inventi, nel senso latino del termine (invenire = scoprire) il suo avversario. Il suo sguardo difficile da descrivere, è fisso, eppure mobile. Il centro della difesa dell'avversario è sempre localizzato in modo preciso e ciascuno dei suoi movimenti captato dall'occhio scuro. La sua tecnica è sopraffina e inimitabile, potenza e leggerezza sono i suoi cardini. Improvvisamente però gli Stati Uniti entrano in guerra contro il Vietnam, Muhammad Alì si rifiuta di arruolarsi dichiarando "Io non ho nulla contro i Vietcong". Inizia con questa presa di posizione la sua "disobbedienza civile" che lo porterà a una sospensione per squalifica di due anni dalla attività agonistica. Questo comportamento fece urlare allo scandalo. E si sparò a zero sul pugile, sfogando su di lui le paure e le frustrazioni di un'America depressa e razzista. La giustizia americana lo dichiarò decaduto dal suo titolo, gli venne ritirato il patentino (quindi non poteva più boxare), il passaporto (era perciò costretto a risiedere negli Stati Uniti). Ma non bastava. Venne condannato al carcere e a un'ammenda astronomica di cinque milioni di dollari. Fortunatamente i suoi avvocati riuscirono ad evitargli la prigione, ma sul pugile si era sparato per davvero e bene. Muhammad Ali non era più niente, nessuno sapeva se sarebbe risalito ancora sul ring. La leggenda nera subì una battuta d'arresto. Ci fu un lungo intervallo che dopo però, alla sua ripresa, diventerà favola, mito. Torna sul ring nel 1970, quattro anni dopo, il pugile che ama definirsi <leggero come una farfalla e pungente come un'ape> riconquista, in una mitica sfida notturna in Africa, nella città di Kinshasa in Zaire, il titolo dei massimi con uno dei gesti atletici più belli e intensi della storia del pugilato, nel match contro George Foreman. In quell'incontro, nelle prime riprese, sembra che Muhammad Alì abbia la peggio sull'avversario, non fa altro che incassare colpi terribili e tutti pensano che sia solo questione di tempo prima che finisca al tappeto. Ma all'ottava ripresa contro ogni pronostico stende a terra un Foreman oramai stremato. E' l'incontro del secolo il più bello e intenso in assoluto! Ora è consacrato a leggenda, è lui il numero uno e lo sarà ancora per molto tempo, forse per sempre! Negli anni avvenire respinge tutti gli attacchi degli sfidanti, spazzandoli via uno dietro l'altro con estrema facilità. Mitici rimarranno anche gli incontri con Joe Frazier che passeranno alla storia del pugilato moderno. Il mito, oramai trentaseienne si incontra con un giovane e turbolento avversario Leon Spinks, e viene sconfitto, ma torna a ruggire ancora una volta umiliandolo nella rivincita. Ma Muhammad Alì è oramai sul viale del tramonto, tenta due patetici e sfortunati rientri nel 1980 e nel 1981 prima di arrendersi definitivamente al suo destino. Prima di farsi da parte però è riuscito a guadagnare qualcosa come 70 miliardi di lire combattendo ininterrottamente per venti anni e cambiando addirittura quattro mogli. Negli anni 90 però Muhammad Alì inizia una battaglia ancora più cruenta delle precedenti, questa volta  con il morbo di Parkinson che lo limita nei movimenti e nella parola. Alì diventa così una malinconica controfigura dell'immenso fuoriclasse che ha impresso una svolta rivoluzionaria alla boxe dei colossi, affievolendone la brutalità ed incrementandone la fantasia. Nell'ultima apparizione, alle Olimpiadi di Atlanta, quando commuovendo il mondo intero ha acceso la fiamma che inaugurava i giochi, pur menomato nei movimenti ci è sembrato un gigante pronto a riprendere il combattimento. Siamo certi che il suo coraggio non andrà perduto, sarà un esempio per le future generazioni. Molto giornalisti tra cui Federico Jolli hanno scritto bellissimi editoriali sul suo conto. Un grazie di cuore da tutta la redazione a questo immenso campione!

 

HANNO DETTO DI LUI:

Sonny Liston: «E' soltanto uno spaccone, un fanfarone, non arriverà alla quinta ripresa» - «A forza di sbraitare, ha dovuto inghiottire dell'aria» - «E' un clown del ringh».

Emanuela Audisio:  «ATLANTA - Tremava come un budino. Con tutto il braccio sinistro morsicato dalla malattia, come se fosse attaccato ad un martello pneumatico invisibile. Un robot gonfio, goffo, malato, che a malapena riusciva a tenere in mano la fiaccola. Il pugno di Alì commuove il mondo con gli occhi fatti a pezzi dai medicinali chiedeva aiuto perché le fiamme gli stavano bruciando il braccio. Proprio lui, "The Greatest", il Più Grande. (dalla Repubblica, 21 luglio 1996)».

 

CURRICULUM:

  • Nato a: Louisville, Kentucky (Usa) il 18 gennaio 1942
  • Altezza: cm. 191
  • Peso: kg. 96
  • Nazionalità: Statunitense
  • Categoria: pesi massimi
  • Professionista: dal 29 Ottobre 1960
  • Record: 61 incontri disputati 56 vinti (37 per ko), 5 persi
  • Mondiali sostenuti: 25
  • Mondiali vinti: 22
  • Altri titoli: Oro ai Giochi olimpici di Roma 1960 nei mediomassimi
  • Frasi famose: "Io sono l'eccelso"