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Gabriella Dorio
A Gabriella Dorio sono stati rivolti quesiti sulla carriera di un atleta di livello internazionale e sull’importanza dell’educazione allo sport fin dalla prima adolescenza. Gli studenti hanno preliminarmente approfondito le tematiche in argomento discutendo il contenuto dei film di Hugh Hudson, Momenti di gloria (1981) e di Luigi Comencini, Un ragazzo di Calabria (1987).

Come è arrivata allo sport e in particolare all'atletica leggera? Sono arrivata per caso, come è accaduto a molti di quelli che hanno praticato con maggiore o minore successo uno sport. Frequentavo le scuole medie inferiori e ho vinto una campestre scolastica. A dire il vero non si è trattato di un grande sforzo. Eravamo in due, in quanto nessun'altra voleva sperimentarsi sulla prova di resistenza. Ma il destino è il destino. Ho continuato con la campestre provinciale e poi, per un caso davvero fortunoso, ho sostituito in una campestre nazionale una concorrente ammalatasi. Dopo aver vinto questa rassegna mi sono indirizzata alle gare su pista, partecipando a Roma ai giochi della gioventù, dove ho vinto la gara sui 1000 metri. Non ho più smesso di correre. Mi piaceva e mi irrobustiva fisicamente e più ancora psicologicamente. Ero una ragazza molto timida, vorrei dire timidissima: quasi non parlavo. Correre significò per me anche crescere, aprirmi agli altri, maturare.

Nel film Un ragazzo di Calabria il giovane protagonista si apre alla vita, scoprendo la società dell'epoca, grazie ai giochi della gioventù. Incontri e gare giovanili hanno ancora questa funzione? Quando ho iniziato a gareggiare era ancora assai difficile per una ragazza allenarsi a livello agonistico. Ricordo i fischi lungo le strade e anche in casa non si sono mai dimostrati particolarmente favorevoli. Oggi nessuno incontra più queste difficoltà: le famiglie sono più vicine, la scuola avvia alle discipline sportive favorendo l'integrazione di studio e attività fisica, le società sportive seguono passo dopo passo i miglioramenti dei giovani atleti. Ai ragazzi resta solo la scelta dello sport più gradito o che più si adatta al loro fisico. Attualmente lo sport viene senza dubbio vissuto in maniera diversa e i giochi della gioventù, se rivestono ancora quella grande funzione di educazione all’agonismo per cui sono nati, non hanno più quella valenza aggiuntiva di integrazione sociale e di occasione di conoscenza del territorio regionale e nazionale che avevano fino a trenta o quaranta anni fa.

I campionati scolastici studenteschi sono utili per avvicinare gli adolescenti allo sport e all'agonismo? Avrebbe suggerimenti da dare? Sono sicuramente importanti, ma bisogna fare di più. In prima persona posso certamente affermare come sia stata la scuola ad avviarmi allo sport, tuttavia senza passione e dedizione individuale non avrei ottenuto i risultati che ho raggiunto. Su questo terreno dell'attenzione al valore dello sport in sé, come momento imprescindibile della formazione di un individuo, si fa ancora troppo poco, né l'istruzione pubblica pare aver fatto significativi passi avanti. I campionati studenteschi avvicinano senza dubbio alle discipline sportive, ma le ore di educazione fisica troppo spesso rimangono pretesto di svago più che di autentica educazione sportiva. In questi ultimi anni ho visitato numerose scuole e ho incontrato migliaia di studenti. Mi sono potuta rendere conto di come molti giovani non sappiano neanche come sia fatto un campo di atletica, una palestra o una piscina. E questo è gravissimo. Un adolescente deve avere l'opportunità di praticare gli sport preferiti negli ambienti idonei, anche senza l'assillo dell'agonismo a oltranza. Se per sport si intende sperimentare se stessi in una qualsiasi attività motoria che includa sforzo muscolare, addestramento delle proprie abilità e dimensione ludica, a un primo livello può andare benissimo anche giocare con gli amici in un prato o impegnarsi in una escursione in campagna. L'avviamento allo sport deve però includere anche una attenzione ai valori agonistici, ai contenuti tecnici, alla disciplina interiore e alla completezza della formazione psicofisica, che è compito della scuola fornire e comunque divulgare, senza ridurre tutto questo alla partecipazione un po' improvvisata a una o due garette scolastiche.

Può sintetizzare le tappe più comuni che deve percorrere un adolescente per arrivare ad essere seguito dagli allenatori dei centri nazionali di atletica leggera? Non esiste una prassi standard. Posso rivelare di essere stata allenata da mio fratello, che non era né tecnico né insegnante di educazione fisica ma solo un ex corridore dilettante, fino alla mia prima olimpiade a Montreal, dove sono arrivata sesta nella finale dei 1500 metri. Successivamente mio fratello si è dimostrato così disinteressato e lungimirante da farsi da parte. Allora non seppi apprezzare la bontà del suo gesto e mi rammaricai del fatto che non volesse più allenarmi, non convinta della verità delle sue parole che era giunto il momento di affidarsi a un tecnico più competente. Ma aveva ragione. L'ho capito più tardi, quando ho trovato un allenatore che mi ha portato a vincere la medaglia d'oro alle olimpiadi. Si trattava del tecnico federale responsabile del mezzofondo. E tuttavia, ripeto, ai centri nazionali si arriva passo dopo passo, senza particolari programmi. Occorre anche un po' di fortuna. E la prima fortuna è quella di trovare un bravo allenatore vicino a casa.

E' possibile conciliare l'impegno sportivo al massimo livello con la scuola e con l'università? Sicuramente sì. Anzi, posso affermare che finché ho svolto attività agonistica ad alto livello sono riuscita ad organizzarmi meglio di quando ho smesso. Avendo poco tempo a disposizione per portare avanti tutto quello che intendevo fare ero costretta ad organizzare meticolosamente la giornata. Dovevo allenarmi due volte al giorno e contemporaneamente studiare, mandare avanti la casa e la famiglia. Quando ho smesso, nonostante l'abbondanza del tempo libero per vari mesi non sono riuscita a combinare niente. Molti nostri atleti nazionali si sono laureati o si stanno laureando. E' importantissimo non dedicarsi solo allo sport, perché lo sport ad alto livello (non quello amatoriale) prima o poi tramonta. Se è vero che lo sport aiuta a formare l'individuo e può talvolta offrire occasioni di lavoro, corrisponde più ancora a verità che la vita è altra cosa ed è lo studio che prepara ad essa.

Quali erano i suoi idoli sportivi da ragazza? Non direi di avere mai mitizzato alcuni grandi campioni per misurarmi idealmente su di loro. Mi piaceva piuttosto osservare gli altri allenarsi. Ad esempio a Montreal - ero una ragazzina - andavo a sbirciare i campioni non solo di atletica durante gli allenamenti. Da ogni atleta cercavo di carpire qualcosa, alcune metodologie di allenamento o anche semplicemente un gesto tecnico. Tuttavia il segreto del successo è quello di riuscire a ricavare il massimo dal nostro fisico. Ho sempre cercato di raggiungere questo risultato. I tecnici che mi stavano intorno sostenevano che il mio limite era quello di non riuscire mai ad arrivare la soglia estrema, perché avevo ancora energie per sorridere, scherzare e tenere banco. Invece non era così. Si può dare tutto fisicamente e conservare il sorriso sulle labbra.

Che cosa ha sacrificato della vita quotidiana per dedicarsi all'attività agonistica? Potrei rispondere niente: correre mi piaceva così tanto che tutto il resto veniva in secondo piano. Le rinunce non prendevano la veste di sacrifici, bensì di libere scelte. Le mie giornate non erano però rose e fiori, soprattutto dopo l'esame di maturità. Mi alzavo alle cinque di mattina per andare a correre (e dalle mie parti in inverno significa gelo e nebbia); poi la doccia e via di corsa a Padova a seguire i corsi I.S.E.F.; quindi, non appena rientrata a Bassano del Grappa, il secondo turno di allenamenti in pista. Alla sera ero cotta. Anche ai tempi della scuola, che non avevo affatto vicino a casa perché dovevo prendere più di un mezzo pubblico per arrivarci, riuscivo a fare l'una e l'altra cosa. Senz'altro non avevo la cerchia di amici che comunemente si ha in paese o in città. Di domenica quasi sempre gareggiavo e di sabato non andavo in discoteca, perché alla sera dovevo coricarmi presto. Però non si è mai trattato di gravi rinunce. La mia vita ruotava allora intorno all'atletica ed era una vita appassionante, anche perché mi permetteva di girare il mondo. Adoravo l’esistenza un po' girovaga dell'atleta.

Quali doti fisiche sono necessarie per avere successo nelle gare di mezzofondo? In una scuola un ragazzino una volta esclamò: "Sei tutta qua?" Si tratta di una memorabile verità. Non si nasce campioni. Quando ho iniziato atletica ero magra, piccola e brutta. Correndo sono cresciuta un po', ma ancora a quattordici anni pesavo 37 chili. Mi vergognavo e avevo tutti i complessi di una adolescente esile e smilza. Per emergere nello sport ci vogliono senza dubbio delle doti fisiche, ma resto del parere che l'allenamento paghi comunque. Con la costanza e con la perseveranza si arriva tutti ai grandi risultati attesi, che corrispondono non tanto alle vittorie in sé, quanto piuttosto alla progressiva scoperta dei nostri limiti.

Come e quando si scopre di avere la stoffa del campione? Le valutazioni si fanno quando si smette, a fine carriera. Prima non pensavo a quantificare il valore dei successi. Quando correvo, correvo e basta: correvo per vincere, mi allenavo per arrivare davanti alle altre. Sono entrata in nazionale che non avevo ancora sedici anni. Ho fatto prima la nazionale assoluta, poi la nazionale junior, che è progressione di carriera davvero inusuale. Quando vincevo la soddisfazione che provavo era tale, non per i record o per i complimenti che ricevevo, ma in sé, per la genuina gioia della vittoria. Questa gratificazione interiore era tale che mi ricompensava ampiamente della fatica degli allenamenti e mi spronava a impegnarmi ancora di più. Di vittoria in vittoria sono arrivata all'oro olimpico, senza mai sentirmi una campionessa imbattibile. Percepivo ogni gara come una difficile competizione contro tutte le avversarie, anche le meno forti. Solo quando ho cessato l'attività agonistica mi sono resa conto appieno del valore di una vittoria olimpica. Ahimè, questo è il primo indizio del tempo che trascorre inesorabilmente, nel senso che un atleta avverte prima degli altri i segnali del fisico che non risponde più come prima. Egli così si volta indietro e osserva con occhi diversi, magari ora anche ammirati, quello che ha ottenuto durante la carriera.

Che cosa si sentirebbe di dire ai giovani che si dedicano a tempo pieno ad uno sport rinunciando a tutto e poi non riescono a sfondare? Praticare uno sport non deve fondarsi sull'idea del successo, bensì sull'idea di dare il meglio di sé. L'atleta ha già raggiunto il suo obiettivo quando ottiene il massimo dal suo fisico. E' soprattutto importante non avere rimpianti, non porsi mai il dubbio di quali risultati si sarebbero potuti ottenere con un allenamento più intenso o con maggiore impegno. Tutti gli atleti sanno cosa significhi perdere una gara per errori tecnici, per inesperienza o per scarsa preparazione. Lo sport deve insegnare a dare il massimo, a dire: più di così non potevo fare. Alle olimpiadi di Mosca sono arrivata quarta nei 1500, a quelle successive di Los Angeles ancora quarta negli 800. Nel primo caso non potevo fare di più; a Los Angeles sì e me ne resta l'amarezza. Non ne faccio una questione di successo, di prestigio o di fama. Solo che avrei potuto ottenere di più e non sono riuscita a meritarlo.

In famiglia hanno mai ostacolato la sua attività sportiva? Sempre, o quasi. Ho iniziato a correre in anni in cui una ragazza faceva ancora fatica a praticare sport. Mio fratello mi portava con sé a correre, ma a casa non erano contenti, soprattutto i miei genitori. Erano sgomenti all'idea di una ragazza così giovane sempre in giro per il mondo da sola. Per fortuna avevo una nonna molto saggia, che ha avuto un ruolo davvero importante nella mia vita. E' stata lei che mi ha spronato a continuare, insistendo coi miei. Ancora lei mi ha spinto a proseguire gli studi, che ad un certo punto volevo interrompere. Chissà quante volte anche voi avete avuto la sensazione della loro inutilità. E invece mia nonna ha insistito. Così sono arrivata al diploma di maturità e quindi ai corsi I.S.E.F. Non ho fatto grandi studi, però sicuramente sono serviti a completare la formazione umana. E di questo ringrazio ancora mia nonna.

La pratica dello sport agonistico ha modificato in qualche modo il suo carattere? Innanzitutto mi ha aiutato a vincere la timidezza, che rimane ancora un tratto distintivo della mia personalità, ma senza più quella riservatezza e quelle immotivate paure che così intensamente hanno turbato la mia adolescenza. Quantomeno oggi riesco a parlare, alle volte anche troppo. L'agonismo ha tirato fuori l'altra parte del mio carattere: ad esempio la forza di volontà, che allora ignoravo di possedere, e il coraggio di rischiare, che tante volte mi ha aiutato in gara.

Può descrivere la vita di un atleta che si dedica all'agonismo a tempo pieno? E' una vita normale, posso testimoniarlo: alzarsi presto la mattina, andare a scuola, allenarsi. Diversa lo diventa soltanto nei centri di allenamento federale gestiti direttamente dal C.O.N.I., ad esempio a Tirrenia, a Formia, a Schio. Qui gruppi di atleti di livello nazionale si allenano in determinati periodi, si scambiano opinioni, incontrano tecnici. E' un modo per crescere insieme. Altrimenti la giornata dell'atleta appare in tutto simile a quella di molti di voi che praticano uno sport a livello amatoriale. Rispetto a chi non ha impegni sportivi va semplicemente segnalata la minore quantità di tempo libero, che vi assicuro non significa minore divertimento o minore gratificazione interiore. Anzi.

Ha mai dovuto superare momenti di grave crisi fisica o psicologica durante la sua carriera sportiva? Lontana dagli appuntamenti agonistici ho sempre avuto la tendenza ad adagiarmi un po', a impigrirmi, tirandomi un po' indietro dalla durezza degli allenamenti. Per fortuna subentrava l'allenatore a scuotermi, a scrollarmi di dosso l'inerzia. Al contrario, avvicinandomi agli appuntamenti importanti non mi fermava più nessuno: dovevano anche tirare le briglie perché rallentassi un po'. La crisi psicologica tocca generalmente un atleta in connessione con un infortunio o con un malessere fisico. Varie volte ho pensato di mollare tutto e tornare alla cosiddetta vita normale, specie quando c'era poco tempo per riprendere la piena forma muscolare prima di una gara tanto attesa. In queste circostanze ha quasi sempre avuto il sopravvento l'altro versante del mio carattere, quello della forza di volontà e della capacità di resistenza. E' successo anche l'anno di Los Angeles. Durante l'inverno partecipai ad alcune gare indoor senza adeguata preparazione. Mi si infiammarono i tendini, fatto per me rarissimo data la mia forte struttura fisica e la scioltezza muscolare, che mi ha sempre preservato da simili inconvenienti. Era febbraio e mancavano pochi mesi alle olimpiadi. Precipitai nello sconforto più tetro. Se non fosse stato per mio marito e per l'allenatore, che mi furono molto vicini, non avrei vinto la medaglia d'oro. Posso raccontare un aneddoto: fui guarita a Los Angeles da un medico italoamericano che mi curò senza fermarmi, con ultrasuoni, ghiaccio e una pomata per i cavalli da corsa che faceva arrivare dalla Svizzera.

E' mai caduta nello sconforto dopo qualche gara persa malamente? Ricordo la finale degli 800 metri a Los Angeles, dove arrivai quarta. Giungere quarti non è proprio un bel piazzamento, perché sei fuori dal podio. Il quarto posto di Mosca, dove non avevo chance di vittoria, equivalse per me a una medaglia. Tornai in Italia contentissima. A Los Angeles avevo obiettivi più ambiziosi. Feci una gara tutta di testa. Negli ultimi duecento metri mi dissi: "Prendo un po' di fiato..." e tutte le avversarie mi passarono davanti. Poi mi ripresi e riuscii a giungere quarta, per niente soddisfatta. Piansi tutto il pomeriggio, fatto eccezionale per me specie per una gara persa. Ma quella volta avevo gettato al vento una medaglia olimpica come una principiante. Dopo quindici anni di gare avrei dovuto ricordare che non si prende fiato negli ultimi duecento metri. Si prende fiato quando si arriva. Nonostante ciò l'esperienza degli 800, con batterie, semifinali e finale in tre giorni di seguito, mi fece comprendere che fisicamente stavo bene e che avevo recuperato del tutto i problemi fisici dell'inverno. Cominciai a pensare alla gara dei 1500 come a un traguardo decisamente alla mia portata.

Può descrivere come si svolge la vita in un villaggio olimpico? Ho avuto tre esperienze di villaggi olimpici: Montreal (1976), Mosca (1980) e Los Angeles (1984). Quella di Montreal è stata senz'altro per me l'esperienza più straordinaria. Ero lì per fare esperienza e non avevo grandi responsabilità sulle spalle, potendo godere giovanissima della confusione di un villaggio olimpico appena inaugurato. Mi alzavo alle sei di mattina per non perdermi neanche un'ora di luce. Nel parco vicino al villaggio andavo in giro con le biciclette da allenamento dei ciclisti, quindi raggiungevo il centro. Più tardi seguivo gli allenamenti dei campioni oppure andavo a vedere le gare di altri sport o gli spettacoli allestiti all'interno del villaggio. Quando proprio non sapevo cosa fare finivo in una delle mense. In un villaggio olimpico il servizio mensa resta aperto quasi 24 ore su 24, dato che a tutte le ore si gareggia in qualche disciplina. Si alloggiava in camere a due, tre o quattro letti, a seconda delle sistemazioni. In una piazzetta del villaggio le varie squadre nazionali si scambiavano distintivi e altri gadget delle diverse federazioni. Mi ricordo che ero una collezionista accanita, sempre lì a barattare qualcosa. L'esperienza di Mosca è stata molto diversa. Intanto a Mosca ci fu il boicottaggio degli americani e quindi si respirava un'aria molto più seria, meno festosa. Anche dentro il villaggio si palpava questa atmosfera. Non c'erano bambini in giro e l'assenza si notava. Tutti i bambini di Mosca erano stati portati nelle colonie estive, via dalla città per non disturbare l'olimpiade.

Che senso ha avuto una decisione tanto discutibile? Provate a immaginare una città senza bambini... A Montreal vivevamo nella confusione, nel chiasso e nella musica. A Mosca il silenzio entrava nelle vene e raggelava. A Los Angeles avvertivo intorno e dentro di me la pressione psicologica di chi sapeva che ero lì per giocarmi una medaglia. Molto più concentrata, ho vissuto l'atmosfera del villaggio sotto un'altra luce, seguendo soprattutto i miei ritmi e i miei allenamenti, cercando di non distrarmi. Il clima di Los Angeles era fin troppo gaio: troppi divertimenti, troppa confusione, troppa musica. Riuscii comunque a difendere uno spazio interiore di concentrazione. Ormai il villaggio olimpico di Los Angeles fa parte delle mie fibre: mi ha regalato la medaglia d'oro.

Può descrivere lo stato d'animo di un atleta prima di una gara olimpica, quando il suo nome ricorre tra i possibili vincitori della medaglia d'oro? Arrivare ad una finale olimpica sapendo che puoi salire sul podio crea una tensione, un turbamento e una paura difficilmente spiegabili a parole. Però erano queste le emozioni che prediligevo. Ho sempre preferito i momenti intensissimi del pre-gara, rispetto alla gara e al dopo gara. In quel lasso di tempo guardi continuamente l'orologio, ti riscaldi, ti volgi intorno e scruti le avversarie che si scaldano anche loro, le osservi di sottecchi e le spii, cercando di intuire come stanno e quanta paura hanno di te. Contemporaneamente devi gestire il corpo, che in quei momenti sembra una macchina impazzita. Scappa la pipì e corri in bagno, ma dopo cinque minuti ci sei di nuovo e poi di nuovo ancora, mentre un groppo allo stomaco toglie quasi il respiro. Ogni gesto, ogni rumore preannuncia che il momento tanto atteso sta per giungere, che sei lì per vincere, mentre i lunghi anni della preparazione scorrono davanti agli occhi come in un film. Quaranta minuti prima della gara, dal campo di riscaldamento conducono gli atleti in autobus fino alla camera d'appello, nell'antistadio. Quaranta minuti sono una eternità, non trascorrono mai. In quello spazio abbastanza ristretto i giudici controllano i numeri, le scarpe, i chiodi, l'abbigliamento, mentre ancora sbirci le avversarie che a loro volta ti squadrano e cercano di leggerti dentro. Credo di aver vinto la finale dei 1500 metri in camera d'appello, fissando lo sguardo sulle avversarie senza mai abbassare gli occhi. Fu una sfida incredibile, perché ero lì che avevo una paura da morire, sebbene non volessi dimostrarlo. Quando fai capire all'avversario che stai bene e ti senti in grande forma, questo automaticamente lo fa sentire un po' più debole. Gli atleti dopo la camera d'appello vengono accompagnati dentro lo stadio. A Los Angeles si trattava di percorrere un sottopassaggio che sbucava vicino alla partenza dei cento metri, davanti al rettilineo d'arrivo. Benché avessi fatto già quattro gare prima della finale dei 1500, quando sono emersa alla luce rimasi senza parole. Quasi non riuscivo a trovare l'aria per respirare. Lo stadio era strapieno e centomila persone si voltarono verso di noi. Per quanto dall'esterno non appaia particolarmente imponente, essendo parzialmente infossato, lo stadio di Los Angeles lascia inebetiti per l'immensità delle sue gradinate pressoché invisibili dietro le teste del pubblico. Nella breve attesa che precede la chiamata della gara uno cerca di pensare a qualcos'altro prima di concentrarsi sulla corsa. Quando arriva lo sparo del via posso assicurare che si tratta di una liberazione.

Quali emozioni si provano a vincere una medaglia d'oro olimpica? Subentra poi uno stress da vittoria? Potrei ripercorrere la finale olimpica dei 1500 passo dopo passo, eppure il ricordo si concentra sugli ultimi cento metri, su quel rettilineo che non finiva mai. Per fortuna avevo il sole alle spalle e vedevo l'ombra delle avversarie sulla pista. Nella mia vita di atleta non mi sono mai voltata a controllare gli avversari, cercando piuttosto di captare le posizioni attraverso i rumori. A Los Angeles potevo controllare le ombre. Avvicinandomi al traguardo continuavo a ripetermi: "Sto vincendo un'olimpiade! Sto vincendo un'olimpiade!" Superando il traguardo mi sono detta: "Ho vinto un'olimpiade! Ho vinto un'olimpiade!". Quando mi sono fermata ho pensato: "E adesso che cosa faccio?" Proprio come se un pugno mi avesse colpito allo stomaco. Per tanti anni avevo sognato quella finale e adesso che avevo conquistato l'alloro dovevo ricominciare tutto da capo. Quel terremoto emotivo svanì in pochi attimi, perché il giro d'onore, i giornalisti e tutto quello che viene di seguito riportarono ben presto i pensieri alla realtà della vittoria. Però quei momenti di disorientamento li ricordo ancora. La medaglia d'oro olimpica non dà stress da vittoria, questo lo posso affermare con cognizione di causa. Regala alla vita di uno sportivo la massima soddisfazione professionale. Poi il cammino dell'esistenza riprende, con nuove emozioni altrettanto intense. La nascita di un figlio non dà una gioia inferiore.

Un autentico spirito olimpico, come quello narrato nel film Momenti di gloria, esiste ancora? E' mai esistito alle olimpiadi moderne? Esiste ed esisterà sempre, perché il sentimento sportivo non può ridursi a una corsa per la vittoria, senza lealtà e rispetto dell'avversario. La degenerazione dello sport a mercificazione economica, a ricerca del successo per il successo o addirittura del successo a tutti i costi e con tutti i mezzi, anche illeciti, riguarda nel complesso una piccola minoranza di atleti, non è generalizzabile ed è riferibile ad alcuni sport piuttosto che a tutto l'ambiente. Questo è rimasto nel complesso sano e valgono ancora come fondamento delle competizioni sportive la lealtà e l'integrità fisica e morale degli atleti. Personalmente stimavo molto le avversarie e questo portava a rispettarle e a rivaleggiare in gara con esse senza mai ricorrere a scorrettezze. E' un fatto di cui mi vanto, perché alle volte osservo furbizie ed espedienti, soprattutto durante gli incontri di calcio, che il mio modo di concepire lo sport poco accetta e meno che mai giustifica. Quando i calciatori commettono o subiscono un fallo la messinscena sta diventando la norma e questo vizio, soprattutto italiano, di alterare il corso delle partite con mezzi e mezzucci non lo definirei in linea con l'autentico spirito sportivo. Durante gli incontri di rugby, che è sport agonisticamente molto più violento del calcio, quasi mai osserviamo i giocatori lamentarsi o fare teatro. Non dobbiamo assolutamente augurarci che la lealtà sportiva rimanga appannaggio esclusivo dei giochi della gioventù e delle competizioni amatoriali.

Quali differenze trova tra il mondo attuale dell'atletica e quello del suo recente passato? E' cambiato molto, soprattutto come mentalità. Ad esempio la federazione ha avviato un progetto donna che solo pochi anni fa sarebbe sembrato improduttivo. L'atletica di una volta era per l'ottanta per cento maschile. Per valutare appieno il tempo intercorso da allora si consideri che agli ultimi mondiali le nostre medaglie sono venute soltanto dalle atlete. Questo produrrà inevitabilmente una sempre maggiore attenzione verso le ragazze, che la federazione cercherà di sostenere e valorizzare in tutti i modi. Molti miglioramenti sono stati introdotti sul piano tecnico e del materiale e molto è cambiato anche a livello di aiuti economici. I giovani atleti che studiano e che devono allenarsi hanno bisogno di sostegno, di tecnici, di attrezzature, di rimborsi. Per i maschi a questo provvedevano un tempo i gruppi sportivi militari. Oggi che questi finalmente si sono aperti anche alle ragazze, si può sperare che in numero sempre maggiore esse ne sappiano approfittare. Altri aiuti finanziari provengono oggi dalle federazioni locali e dalle società sportive, in quantità che alle volte sembra perfino eccessiva. Da ex atleta esprimo il timore che troppi soldi possono far perdere la testa, come si può constatare facilmente nel mondo del calcio.

Che cosa significa la fine della carriera per un atleta di successo? Come si arriva a prendere la decisione di attaccare le scarpe al chiodo? La decisione di chiudere con l'agonismo si prende con serenità. E' nella logica delle cose. Ho iniziato a correre molto giovane e fin da allora sapevo che un giorno l'atletica non avrebbe più riempito le mie giornate. Subito dopo le olimpiadi di Los Angeles ho avuto una figlia. Non appena possibile ho ripreso a correre, ottenendo ancora qualche risultato di rilievo. Quando gli infortuni hanno iniziato ad essere più frequenti ho ritenuto che fosse giunto il momento di lasciar perdere, di cessare con l'agonismo. Così ho smesso nel 1992, senza pentimenti. Preparavo le olimpiadi di Barcellona e quindici giorni prima in una gara in Finlandia mi sono fatta male a un ginocchio. La partecipazione alla mia quarta olimpiade era definitivamente tramontata. Da allora non ho più messo scarpe chiodate. Dopo un anno di completa interruzione ho ripreso a correre. Cinque anni fa ho avuto un secondo bambino. Il fatto di avere avuto una carriera molto lunga ha indubbiamente facilitato il distacco dall'agonismo. Ma sono ancora nell'ambiente. Per la federazione di atletica seguo ora come accompagnatrice caposquadra le squadre giovanili, fino all'under 23. E' un piacere fornire la mia esperienza ai giovani atleti, cui la sorte riserverà chissà quale avvenire.

Come si vive da figli di una campionessa? Sua figlia è già una brava atleta? Mia figlia, che ha dodici anni, purtroppo deve e dovrà portare ancora per molti anni sua madre sulle spalle, perché incontrerà sempre qualcuno che le ricorderà i cromosomi che ha nel sangue. E infatti già non ne può più. Spero che da bambina intelligente qual è riesca a capire che deve prendere decisioni autonome, senza farsi soffocare dalla notorietà della madre o dalle attese degli altri. Adesso sta partecipando ai giochi della gioventù. Sta andando benino, però cerco di non forzarla. Inoltre sta sperimentando un po' di tutto: sci, danza classica, nuoto, atletica, pallavolo. E' giusto che sia così, perché a dodici anni è importante variare, essere sicuri di ciò che piace davvero.

Può spiegare in ultimo che cosa ha significato per lei lo sport e che cosa le ha dato? Mi ha aiutato a comprendere meglio me stessa e gli altri e a conoscere il mondo, perché ho potuto visitare numerosi paesi spesso lontanissimi dal nostro per tradizioni storiche, sociali e culturali. Ad esempio non posso dimenticare di avere viaggiato in Cina durante il primo anno di apertura delle frontiere. E' stata una delle esperienze più emozionanti della mia vita di giramondo dello sport. L'impegno in un'attività sportiva inoltre insegna a socializzare, perché il contatto e lo scambio di opinioni aprono una persona al dialogo e alla tolleranza, arricchendola di senso civile e di esperienze preziose. Infine attraverso lo sport sono riuscita ad apprezzare maggiormente il mio corpo e a convivere con esso in modo più armonioso, senza fermarmi all'aspetto esteriore. Lo sport indubbiamente dà alla vita un maggiore equilibrio psicofisico e l'arricchisce di serenità e di coraggio.