<< Paavo Nurmi >> Intervista
 
 
Paavo Nurmi
Nei piccoli paesi le grandi avventure umane diventano quasi delle favole e i protagonisti durano nella mente per secoli. Di Paavo Nurmi, il più celebre fondista del mondo, i finlandesi parleranno Nei cent’anni e forse più ancora. Ecco un’altra storia che merita d’essere raccontata. Nel luglio del 1912 si erano appena chiuse le Olimpiadi di Stoccolma e non v’era un solo villaggio, nel grande bosco finnico, che non conoscesse le gesta straordinarie di Hannes Kolehmainen, vincitore dei 10.000m, del 5.000m e del cross. Si diceva ai bambini che Hannes era una renna dal passo implacabile, con gli occhi sempre accesi dal vento, tanto che di notte lo vedevano da sterminate distanze precedere le bufere di neve, se era inverno, o guizzare come una fiamma attraverso l’intrico delle abetaie, d’estate. In ogni caso i ragazzi erano tutti illuminati da quell’esempio di uomo forte, dal passo invincibile, che non si fermava mai. Anche Paavo ascoltò questa storia, vi ragionò sopra, poi - d’un tratto - volle rabbiosamente dimenticarla. Aveva deciso che Hannes non gli avrebbe impedito di diventare, a sua volta, un camminatore più forte e costante della renna; immaginò interminabili distanze, venti contrari, terreni infidi; cercò i cammini dei branchi, studiando dove portavano e infine partì per misurarsi con tutta la natura conosciuta nell’infanzia, così vasta e temibile. La leggenda dirà un giorno che Paavo cercò davvero il confronto con fauni, elfi e centauri e che le bianche notti della Finlandia lo sentirono lungamente affannarsi nelle foreste. Qualcuno testimonierà d’averlo visto bere latte di lupe, ingaggiarsi in furiose galoppate con gli stambecchi e stroncarli dove finivano i fiumi e i boschi. Quando sarà il grande Nurmi, Paavo rifiuterà sempre la favola della sua giovinezza; l’adolescenza gli era costata anni di fatiche indicibili, di sconforti, di amarissime delusioni! Non sapeva che dovesse essere tanto pagata la decisione, per quanto forte, di un ragazzo. A diciassette anni era riuscito a comprarsi un paio di scarpette da corsa; l’anno dopo, addirittura un vecchio cronometro. Con quegli arnesi si era gettato su tutte le distanze, dividendo il terreno in tante fatiche da superare con lo stesso di forze e in tempi cronometricamente l’uno pari all’altro. Aveva scoperto che sui lunghi percorsi era estremamente pericoloso abbandonarsi al proprio ardore, né bastava controllare lo sforzo per poi prodursi al limite delle energie. Bisognava fare di più; percorrere dieci chilometri in modo che il tempo impiegato per il primo risultasse, appunto, uguale a quello dell’ultimo. Un’impresa sorretta dal raziocinio più rigoroso, altro che storie di gare con elfi e fauni! Questa nuova corsa conteneva un principio quasi disumano e in ciò, forse, è possibile vedere qualcosa di fantastico. La tecnica di Paavo, infatti, gli imponeva di ignorare la prova degli avversari, come se corresse sul filo del tempo e non ci fosse posto che per lui. Un viaggio teso, smemorato, in una continua solitudine. Quando venne il giorno di portarlo sulle morbide piste, i tecnici lo videro bordeggiare lungo l’anello a notevole distanza dagli avversari; ma chi lo precedeva dovette presto smettere il viso altero di colui che avanza sugli altri, perché Paavo riemergeva fatalmente dalla retrovia della corsa e con quel passo ineluttabile raggiungeva, disperdendolo, il folto gruppo degli esausti compagni. Ogni volta la stessa cosa: un inizio apparentemente dimesso, indecifrabile; poi quella costanza finiva per logorare tutti gli avversari. Dopo ogni giro Paavo apriva la mano sinistra e controllava il cronometro; ripeteva il gesto puntualmente, sempre all’entrata di quella curva. Per la prima volta nelle corse contro il tempo l’atleta lo controllava su traguardi invisibili, misurando il passo su altrettanti fili di lana. Ecco perché sembrava attraversasse gli avversari, come se la loro fosse una presenza fantomatica ed egli avesse una sicura intesa col tempo che correva con lui, rinchiuso nella sua mano. Definirono il suo rigore una specie di diavoleria che mal si accordava con le franche prove sportive. Lo imputarono d’essere una macchina, uno strumento inconsapevole, un tipo da laboratorio e non un uomo con l’estro e il candore di chi cerca, davanti a tutti, la vittoria. Paavo Nurmi ascoltò sempre in silenzio, senza un moto di protesta; calato nella sua ferma tetraggine, aveva l’aria di non sentire. Cresciuto nella solitudine, aveva appreso da solo il segreto della sua corsa, l’aveva sperimentata nel silenzio della fidate pianure Ormai è un uomo e l’Olimpiade d’Anversa si avvicina. Taciturno, viaggia in compagnia del solo cronometro e quando prende posto nella sua corsia lo stringe più che mai nel pugno. È un trionfo memorabile : supera il francese Guillemot nei 10.000m, umilia lo svedese Backman nel cross, trionfa a con Limatainen e Koskeniemi nel cross a squadre. Perde i 5.000m, sorpreso da un imprevedibile, estremo guizzo di Guillermot negli ultimi cinquanta metri. Non si darà più pace per quella che definirà la più grossa “balordaggine” della sua vita, neppure le grandi feste di Helsinki e i falò accesi nei villaggi lo calmeranno. Diventa ancora più tetro e imprendibile, mentre crescono a dismisura le sue vittorie. Promette che a Parigi vincerà ancora e i bambini credono ciecamente in lui, ora che Hannes è vecchio e non corre più davanti ai branchi di renne. In un solo pomeriggio, infatti, vince i 1.500m e i 5.000m piani, abbassando i due limiti olimpici. I cronisti ricordano che alle 15 e 18 batte lo svizzero Schaerer e alle 16 e 57 frantuma Ritola, il più famoso dei suoi allievi. Con Ritola rinnova un confronto che fa parlare tutto il mondo sportivo: lo batte al limite dei 10.000m, quando ormai i due finlandesi hanno disperso la corsa alle loro spalle. Poi perfeziona il trionfo nelle prove a squadre, ridicolizzando tutti gli avversari - con Ritola e Katz - nei 3.00m e nella campestre. È il più grande fondista di tutti tempi, i bambini lo chiamano “l’uomo cronometro”, la “furia del Baltico”, il “Lapponia-Express”. Nel 1928, a trentatré anni, partecipa ai Giochi di Amsterdam, batte Ritola 10.000m, ma gli cede nei 5.000m per soli due secondi. Nel finale dei 3.000m “steeple” cade rovinosamente dentro un fossato e deve contentarsi di giungere alle spalle del vincitore, il connazionale Loukola, un allievo pieno di riverenza che fugge - allibito - per non trovarsi in faccia al maestro. Con Loukola fuggiva da lui anche la cara immagine della vittoria, mentre cresceva nei boschi il brusio dei ragazzi che si passavano la sua leggenda. Solo Zatopek e Kuts riusciranno, molto più tardi, a sfumare i mitici contorni dell’atleta. Nei piccoli Paesi, dicevamo, le grandi avventure umane diventano quasi delle favole e durano tanto. La Finlandia alza una statua che rappresenta Paavo Nurmi, ritratto in quella sua espressione malinconica, lontana, davanti allo stadio di Helsinki. Il 19 luglio 1952 sembra davvero che si possa prestar fede alle leggende che accompagnano la crescita del piccolo Paavo Nurmi: cinquasettenne entra nel bianco raduno di marmi che il popolo gli ha dedicato, reggendo la fiaccola della XV Olimpiade. Sulla città navigano grandi banchi di nebbia, poi comincia a piovere ; il vecchi Paavo raggiunge il tripode e l’accende. I ragazzi lo guardano e si passano la voce ; tiene alta la fiaccola col braccio destro ed ha il sinistro abbandonato col pugno chiuso. La leggenda torna nei boschi e vi durerà un secolo, e forse più. SERGIO ZAVOLI (Radiocorriere 1960 n° 35).