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Siamo arrivati al fatidico 1979,
lanno indimenticabile del record mondiale sui 200 metri,
la concretizzazione ideale di tutti i miei sforzi, la conferma
che il voler investire ogni energia in questa gara era giusto,
corretto e soprattutto doveroso. Verso gli altri e verso me
stesso. Ma andiamo per gradi. In maggio Lisbona aveva ospitato
unimportante competizione a livello di club ed io ero
riuscito a battere il record europeo sui 100 metri con 10
netti e il record italiano sui 200 con 201. Risultati
lusinghieri, il segnale chiaro di una forma fisica ed atletica
estremamente positiva. Purtroppo pochi giorni più tardi, a
Torino, forse spinto dalleccessivo entusiasmo ho forzato
landatura e ho subito un infortunio che mi ha costretto
ad un breve riposo e poi ad allenamenti ridotti. Per un errore
di valutazione stavo per compromettere lintera stagione!
Sentivo che era un momento decisivo della mia carriera, sapevo
di poter fare ancora meglio, ma al tempo stesso comprendevo
quanto sottile fosse il confine tra un record ipotetico e
il crollo. Per questa ragione, in pieno accordo con Carlo
Vittori e la FIAT (in quel periodo correvo infatti con la
maglia dellIVECO) avevo stilato un rigido programma
di allenamento, selezionando attentamente anche le competizioni
cui partecipare. Sfortunatamente il calendario internazionale
prevedeva due importanti manifestazioni in un breve arco temporale,
la Coppa del Mondo a Montreal e le Universiadi a Città del
Messico, così fui costretto ad operare una scelta ed optai
per i Giochi universitari. Anche questa volta nacque un contenzioso
con la FIDAL che sperava nella mia presenza in Canada; anche
questa volta non cambiai la decisione presa. Prepotenza, arroganza,
presunzione? Parlerei piuttosto di piena fiducia nelle mie
possibilità e in quella strana sensazione che sembrava spingermi
a cogliere lattimo
perché non sarebbe mai più
tornato. Per una volta ho seguito listinto e sono felice
daverlo fatto! Arrivato a Città del Messico ho subito
cominciato gli allenamenti in altura, anche se il differente
fuso orario rendeva inizialmente tutto più faticoso. Nonostante
ciò in alcune gare che precedevano i Giochi ho ottenuto 198
manuali sui 200 metri, un tempo che faceva ben sperare, e
1001 sui 100 metri (record europeo). Pochi giorni dopo
i Giochi hanno ufficialmente preso il via e in batteria sono
riuscito ad infrangere il record europeo che apparteneva a
Valery Borzov:
1996 contro i 20 netti del sovietico. Nella gara
successiva il cronometro si è fermato a 2004, una prestazione
positiva ma al tempo il segnale evidente che stavo rallentando
la mia corsa: 198, 1996, 2004. Medaglia
sicura, dunque, di record però neanche a parlarne! Arriviamo
così alla fatidica finale dei 200 metri, preceduta da una
pioggia battente e soprattutto da un vento alterno (favorevole
lungo il rettilineo, contrario in curva) che non rendeva certamente
ideale il quadro climatico, a dispetto di quanto affermerà
più tardi qualcuno. Il Dio dellatletica protegge
i campioni - scrive La Gazzetta dello Sport il 14 settembre
- protegge i campioni. Perciò ha protetto le Menneiadi, aprendo
uno squarcio di sole quella giornata di lunedì in cui Mennea
provò per la prima volta la vertigine di scendere sotto i
venti secondi (1996); perciò ha sollevato la cappa per
quel paio dore sufficienti a dare a Mennea la seconda
vertigine (1972), prima di scatenare nuovamente acqua
fino a notte. Cè chi dice quindi: Mennea è stato fortunato.
E non è stata mai pronunciata frase più idiota, perché in
genere un campione non stabilisce i record nei suoi giorni
sfortunati. Mennea però con la fortuna aveva larghi crediti
e non deve per certo sentirsi privilegiato se per una volta
ha avuto la temperatura ed il vento quasi giusti. È un atleta
che la fortuna se la crea da solo giorno per giorno con volontà
cocciuta e forse non ha finito di sbalordire, anche se quando
si raggiungono certi limiti è difficile andar oltre.
Ero in forma, ho corso splendidamente anche se forse potevo
fare meglio, e allarrivo i miei avversari erano alle
spalle. Tagliato il traguardo mi sono poggiato esausto a terra,
gli occhi chiusi, le orecchie tese a captare qualche segnale
che facesse capire se avevo fatto qualcosa di buono. Poi il
boato della folla, labbraccio entusiastico di Carlo
Vittori, del Presidente Nebiolo e dellintero staff azzurro:
1972, record del mondo!
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