<< Pietro Mennea >> Cronaca del record
 
 
Pietro Mennea
Siamo arrivati al fatidico 1979, l’anno indimenticabile del record mondiale sui 200 metri, la concretizzazione ideale di tutti i miei sforzi, la conferma che il voler investire ogni energia in questa gara era giusto, corretto e soprattutto doveroso. Verso gli altri e verso me stesso. Ma andiamo per gradi. In maggio Lisbona aveva ospitato un’importante competizione a livello di club ed io ero riuscito a battere il record europeo sui 100 metri con 10” netti e il record italiano sui 200 con 20”1. Risultati lusinghieri, il segnale chiaro di una forma fisica ed atletica estremamente positiva. Purtroppo pochi giorni più tardi, a Torino, forse spinto dall’eccessivo entusiasmo ho forzato l’andatura e ho subito un infortunio che mi ha costretto ad un breve riposo e poi ad allenamenti ridotti. Per un errore di valutazione stavo per compromettere l’intera stagione! Sentivo che era un momento decisivo della mia carriera, sapevo di poter fare ancora meglio, ma al tempo stesso comprendevo quanto sottile fosse il confine tra un record ipotetico e il crollo. Per questa ragione, in pieno accordo con Carlo Vittori e la FIAT (in quel periodo correvo infatti con la maglia dell’IVECO) avevo stilato un rigido programma di allenamento, selezionando attentamente anche le competizioni cui partecipare. Sfortunatamente il calendario internazionale prevedeva due importanti manifestazioni in un breve arco temporale, la Coppa del Mondo a Montreal e le Universiadi a Città del Messico, così fui costretto ad operare una scelta ed optai per i Giochi universitari. Anche questa volta nacque un contenzioso con la FIDAL che sperava nella mia presenza in Canada; anche questa volta non cambiai la decisione presa. Prepotenza, arroganza, presunzione? Parlerei piuttosto di piena fiducia nelle mie possibilità e in quella strana sensazione che sembrava spingermi a cogliere l’attimo… perché non sarebbe mai più tornato. Per una volta ho seguito l’istinto e sono felice d’averlo fatto! Arrivato a Città del Messico ho subito cominciato gli allenamenti in altura, anche se il differente fuso orario rendeva inizialmente tutto più faticoso. Nonostante ciò in alcune gare che precedevano i Giochi ho ottenuto 19”8 manuali sui 200 metri, un tempo che faceva ben sperare, e 10”01 sui 100 metri (record europeo). Pochi giorni dopo i Giochi hanno ufficialmente preso il via e in batteria sono riuscito ad infrangere il record europeo che apparteneva a Valery Borzov: 19”96 contro i 20” netti del sovietico. Nella gara successiva il cronometro si è fermato a 20”04, una prestazione positiva ma al tempo il segnale evidente che stavo rallentando la mia corsa: 19”8, 19”96, 20”04. Medaglia sicura, dunque, di record però neanche a parlarne! Arriviamo così alla fatidica finale dei 200 metri, preceduta da una pioggia battente e soprattutto da un vento alterno (favorevole lungo il rettilineo, contrario in curva) che non rendeva certamente ideale il quadro climatico, a dispetto di quanto affermerà più tardi qualcuno. “Il Dio dell’atletica protegge i campioni - scrive La Gazzetta dello Sport il 14 settembre - protegge i campioni. Perciò ha protetto le Menneiadi, aprendo uno squarcio di sole quella giornata di lunedì in cui Mennea provò per la prima volta la vertigine di scendere sotto i venti secondi (19”96); perciò ha sollevato la cappa per quel paio d’ore sufficienti a dare a Mennea la seconda vertigine (19”72), prima di scatenare nuovamente acqua fino a notte. C’è chi dice quindi: Mennea è stato fortunato. E non è stata mai pronunciata frase più idiota, perché in genere un campione non stabilisce i record nei suoi giorni sfortunati. Mennea però con la fortuna aveva larghi crediti e non deve per certo sentirsi privilegiato se per una volta ha avuto la temperatura ed il vento quasi giusti. È un atleta che la fortuna se la crea da solo giorno per giorno con volontà cocciuta e forse non ha finito di sbalordire, anche se quando si raggiungono certi limiti è difficile andar oltre.” Ero in forma, ho corso splendidamente anche se forse potevo fare meglio, e all’arrivo i miei avversari erano alle spalle. Tagliato il traguardo mi sono poggiato esausto a terra, gli occhi chiusi, le orecchie tese a captare qualche segnale che facesse capire se avevo fatto qualcosa di buono. Poi il boato della folla, l’abbraccio entusiastico di Carlo Vittori, del Presidente Nebiolo e dell’intero staff azzurro: 19”72, record del mondo!